“Effetto rimbalzo” – La resilienza nella schizofrenia

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Professor Dame Til Wykes

È possibile migliorare la resilienza in pazienti schizofrenici in modo da poterli aiutare nel loro percorso di recovery? La resilienza viene sempre più riconosciuta come un importante fattore in termini di vulnerabilità e recovery nella schizofrenia. Ma cos'è la resilienza? E come può essere misurata? Può essere influenzata da fattori culturali? All'ECNP 2017, abbiamo esplorato lo stato attuale delle conoscenze sulla resilienza nella schizofrenia e abbiamo guardato avanti per un maggior impegno futuro in questa area.

 

Origini e definizioni

Il prof. John Kane (The Zucker Hillside Hospital, USA) ci ha riportato alle origini del concetto di resilienza, riferendosi ad un influente gruppo di sperimentatori che per primi hanno descritto i motivi per cui la maggior parte dei bambini, nonostante la loro predisposizione o esposizione a fattori di rischio, si sviluppano in modo corretto. Su queste basi, sono stati successivamente condotti altri studi per valutare le competenze e la salute mentale di bambini sottoposti a gravi avversità. L'obiettivo era quello di aumentare le chance per le future generazioni di bambini che si trovano ad affrontare problematiche simili.

Il prof. Hiroyuki Uchida, (Dipartimento di Neuropsichiatria, Tokyo, Giappone) ha osservato che il termine "resilienza", originariamente utilizzato in fisica, viene definito dal dizionario di Oxford come "la capacità di una sostanza o di un oggetto di tornare alla sua forma originaria".

"La resilienza è la capacità di un sistema dinamico di resistere o riprendersi da sfide significative che minacciano la sua stabilità o il suo sviluppo"

I modelli di resilienza attuali sono dinamici e sottolineano il coinvolgimento di più sistemi. Il prof. Kane ha affermato che "la resilienza consiste nella capacità di un sistema dinamico di riprendersi o di resistere a sfide significative che minacciano la sua stabilità, la sua fattibilità o il suo sviluppo". Oltre alla tradizionale attenzione sugli aspetti evolutivi e psicologici, la nuova definizione fornisce una base per studiare gli aspetti genetici, epigenetici e neurochimici della resilienza.

Scale per misurare la resilienza?

Sono state sviluppate diverse scale per valutare la resilienza nella schizofrenia ma nonostante ciò non esiste ancora un "gold standard". La prima scala definita “Connor-Davidson Resilience Scale” è stata introdotta nel 2003. Da allora, hanno fatto seguito altre scale. I ricercatori hanno suggerito che la diversità nel modo in cui la resilienza è concettualizzata, misurata e interpretata riflette probabilmente la natura multidimensionale del concetto stesso. Tuttavia pochi studi clinici hanno utilizzato tali scale per la valutazione della resilienza. Sono necessari ulteriori approfondimenti per comprendere meglio il suo ruolo nell'accettazione e nella risposta al trattamento, nonché il suo impatto su outcome a lungo termine.

Differenze culturali

Le differenze culturali possono influenzare direttamente o indirettamente il grado e la qualità della resilienza?

Il Prof. Alex Hofer (Università di Medicina di Innsbruck, Austria) ha presentato uno studio comparativo cross-sectional, in Austria e in Giappone, nel quale ha esaminato la resilienza, lo stigma interiorizzato, l'autostima e lo sconforto in persone affette da schizofrenia.

I gruppi oggetto dello studio sono stati quattro: pazienti con schizofrenia delle città di Innsbruck (52 pazienti) e Tokyo (60 pazienti) e 137 controlli sani nelle stesse due aree. I pazienti con diagnosi DSM-IV di schizofrenia erano clinicamente stabili senza ospedalizzazione o modifiche nel trattamento psicofarmacologico per almeno 6 mesi.

Rilevante è stato il “country effect”. I soggetti giapponesi, in generale, hanno riportato punteggi di resilienza e autostima significativamente inferiori e punteggi relativi allo sconforto più elevati. Sia i pazienti austriaci che quelli giapponesi, rispetto ai controlli sani, hanno mostrato livelli significativamente più bassi di resilienza, autostima e speranza.

Pazienti di diverse culture possono avere esigenze differenti per il raggiungimento del recovery

Rispetto ai pazienti giapponesi, i pazienti austriaci hanno mostrato una più evidente correlazione tra elementi soggettivi (sconforto [BHS]) e domini oggettivi di recovery (psicopatologia [PANSS total]). Questa scoperta suggerisce che pazienti di diverse culture possono avere esigenze diverse per il raggiungimento del recupero.

Il prof. Hofer ha anche mostrato nuovi dati, non ancora pubblicati, che indicano quanto il benessere spirituale sia correlato positivamente alla resilienza in pazienti con schizofrenia.

Terapie cognitive mirate alla resilienza

La prof.ssa Til Wykes (King's College, Londra, Regno Unito) ha presentato delle evidenze sul successo della terapia cognitiva nella schizofrenia. Queste terapie sono rilevanti perché mirano a migliorare risorse personali come l'autostima, l'auto-efficacia, le capacità di coping e la cognizione. I potenziali outcome di resilienza includono la prevenzione dell'insorgenza e della ricaduta, riducendo i tempi di recupero e migliorando il recovery. La prof.ssa Wykes ha affermato che lo scopo di tutte le terapie cognitive potrebbe essere quello di combattere la demoralizzazione.

Lo scopo di tutte le terapie cognitive potrebbe essere quello di combattere la demoralizzazione

Il prof. Uchida ha anche descritto i trattamenti per migliorare la resilienza e promuovere il recovery e ritiene che la combinazione di psicoterapia e farmacoterapia sia “migliore” rispetto al trattamento unico.

Parole chiave:

BHS, Beck Hopelessness Scale; PANSS, Positive and Negative Syndrome Scale.

 

References
  1. Connor KM, Davidson JR. Depress Anxiety. 2003;18(2):76-82.
  2. Friedhoff AJ, Simkowitz P. Br J Psychiatry Suppl. 1989;(4):61-6.
  3. Hofer A, et al. Schizophr Res. 2016;171(1-3):86-91.
  4. Mizuno Y, et al. Curr Opin Psychiatry. 2016;29(3):218-23.
  5. Suzuki T, et al. Psychopharmacology (Berl). 2007;195(2):285-95.
  6. Torgalsbøen AK. Clin Schizophr Relat Psychoses. 2012;5(4):193-200.
  7. Uchida H, et al. J Clin Psychopharmacol. 2011;31(4):497-502.
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